martedì 25 agosto 2015

Recensione: House of Cards


"Un incarico politico è un po' come la vita. L'atteggiamento con cui lo affronti, di solito, cambia radicalmente a seconda se sei all'inizio o alla fine del mandato"

Chi ha fatto politica almeno una volta nella sua vita sa quanto sia vero questo paragone. E di frasi fin troppo vere Micheal Dobbs ne snocciola in continuazione nelle 441 pagine del suo romanzo distribuito in Italia da Fazi Editore.
Per una che è entrata in una sede di partito a meno di 15 anni, che ci è cresciuta dentro e che ci ha anche trovato marito, leggere "House of Cards" era d'obbligo. La serie non l'ho ancora vista - sicuramente lo farò - ma per ora preferisco il romanzo: è ambientato nel Regno Unito e mi trovo più a mio agio a seguire i meccanismi parlamentari del Vecchio Continente.
Inizio col raccontare la trama, poi dirò quello che penso.
Francis Urquhart (abbreviato in FU) è il Chief Whip - l'equivalente del nostro capogruppo - del Partito Conservatore a Westminster, ruolo in cui servono grandi capacità ma che, sostanzialmente, è vissuto nell'ombra. Dopo le elezioni - il giorno dei sacrifici umani - vinte con una maggioranza risicatissima dal suo partito, vede andare in frantumi il suo piano di un rimpasto di Governo, che lo avrebbe portato finalmente ad avere un posto sotto i riflettori. A questo punto, decide di fare buon viso a cattivo gioco e, forte di tutte le informazioni che ha raccolto negli anni, inizia a tessere le trame per far fuori il Primo Ministro neo rieletto, che ha la colpa di essere un debole e di aver tagliato le gambe alla sua ambizione.

Una volta, su nella brughiera, il mio vecchio maestro di caccia mi diede una lezione che non ho più dimenticato. (...) Mi disse questo. Se devi fargli male, assicurati di farlo in modo eccessivo e insopportabile, affinché capisca che puoi causargli un dolore molto più forte di quello che potrebbe causarti lui. Il mio maestro parlava dei cani selvatici, ovviamente. Ma è stato un ottimo insegnamento anche in politica.

Segreti personali, vizi, debolezze, tradimenti: nulla gli sfugge.
Sembra che qualunque persona a Westminster abbia qualcosa da nascondere, e Urquhart si trova nella posizione privilegiata in cui sa tutto di tutti. Ha un suo personale archivio segreto, costruito con cura in anni e anni di politica nell'ombra, e ora è il momento giusto per usarlo.

L'ambizione, per sua natura, richiede sempre delle vittime.

Per prima cosa, recluta qualcuno che gli faccia il lavoro sporco, in modo da essere fuori da qualunque sospetto. E chi meglio di un pubblicitario di partito con una forte dipendenza da cocaina?
Tramite i suoi servigi, riesce a imbastire una fitta rete di soffiate e sospetti, creando un ambiente ostile in seno alla maggioranza, nel quale chiunque è costretto a stare sul chi vive. Il Premier comincia a perdere pezzi nel suo stesso partito e a non fidarsi più dei suoi collaboratori.

Un politico non dovrebbe mai passare troppo tempo a pensare. Il rischio è quello di distrarsi, dimenticando di guardarsi alle spalle.

Ma siamo solo all'inizio della sua opera. Nel frattempo, sempre grazie a delle soffiate "anonime" fatte a Mattie Storin, giornalista parlamentare del Chronicle, Francis Urquhart riesce a manovrare i media e l'opinione pubblica.
Dopo la catastrofe delle elezioni suppletive, il Premier perde anche il consenso popolare.

I congressi di partito sono così divertenti. Somigliano a un nido di cuculi. Sedetevi in fondo e godetevi la scena, mentre tutti cercano di farsi fuori gli uni con gli altri.

Dopo il congresso del partito, il suo capolavoro in termini di spionaggio, Urquhart è sempre più vicino al suo obiettivo. Il Premier ha perso completamente l'appoggio del suo partito. Manca tanto così dalle dimissioni.

Un tempo Westminster era una palude sulla riva del fiume. Poi la trasformarono, costruendo un palazzo e una grande abbazia, e innalzando un immenso miscuglio di nobile architettura e ambizione insaziabile. Nel profondo, però, è rimasta una palude.

Quello che serve è un bello scandalo, che con grande maestria il nostro Chief Whip aveva già preparato prima dell'estate. Al momento giusto, tutto è pronto: i giornali scoprono che il fratello del Primo Ministro ha ricevuto informazioni riservate per fare speculazioni in borsa, informazioni che possono essere uscite solo dal suo parente più importante. È la fine: il Premier - totalmente innocente - è costretto a rassegnare le dimissioni a Buckingham Palace.

È molto nobile volersi mettere alla testa di un esercito, ma è proprio lì che il nemico mira per primo. Meglio restare qualche passo indietro e aprirsi una strada più sicura tra i cadaveri.

Comincia la corsa per la successione del Primo Ministro dopo le sue dimissioni. Urquhart si tira umilmente indietro, lasciando il passo ai più giovani e ambizioni colleghi parlamentari. Riuscirà a farli fuori uno a uno, in un climax di abilità e strategia davvero inarrivabile.

La crudeltà è sempre imperdonabile. Per questo non ha senso essere crudeli a metà.

Poco prima di prendere definitivamente possesso dell'ufficio di Downing Street, Urquhart ha solo due spine nel fianco: il pubblicitario factotum, ormai allucinato dalla cocaina e dal rimorso di aver rovinato tante vite, e la giovane e bella giornalista, abbastanza vispa da aver capito tutte le sue macchinazioni. Ma con grande eleganza e troppo cinismo, riuscirà magnificamente a sbarazzarsi anche di loro.
L'obiettivo è raggiunto, Francis Urquhart è finalmente Primo Ministro.

Fin qui, la trama davvero avvincente di questo romanzo - thriller politico. Lo dico subito: va letto, perché è un capolavoro di strategia, descritta con stile lucido, tagliente e pieno di ironia. 
Da ora in poi, spiegherò ancora meglio cosa ne penso: per farlo, però, dovrò rivelare anche la fine del libro. Quindi, vi avverto: attenzione, spoiler!


****************** SPOILER ******************

House of Cards è sicuramente un bellissimo romanzo, scritto in maniera magistrale da chi, in politica, c'è stato davvero e si vede. Alcune sfumature di pensiero, alcune atmosfere, alcuni tratti tipici si ritrovano perfettamente nel libro. L'autore doveva per forza aver avuto a che fare con questo mondo, non poteva essere un esterno. E infatti, alla fine, si scopre che lo stesso Dobbs è stato Chief Whip sotto il governo conservatore di Margaret Thatcher: ne sa davvero troppe e non poteva essere diversamente. 
Ed è vero che in politica molto fanno le trattative e le mediazioni; è vero che a volte possono esserci dei ricatti, più o meno velati; è vero che è l'ambiente della lussuria e molti meccanismi - altrimenti inspiegabili - hanno senso solo se si va a curiosare sotto le lenzuola. Però... tutto questo è vero in politica come in mille altri ambienti.
Dobbs da un lato esagera - e anche volutamente credo - per far capire che è appunto un romanzo e nulla (o quasi) è reale; dall'altra, nonostante il cinismo bieco che impera in tutto il libro, c'è lo stereotipo della ragazzina innamorata e pura, dall'animo gentile e piena di ideali. Ecco, in mondo davvero cinico, lei non sarebbe morta da "eroina romantica", ma, dopo aver scoperto le carte con Urquhart, si sarebbe congratulata e sarebbe scesa a patti con lui, per "tenerlo per le palle" e assicurarsi finalmente la carriera spalancata da cronista parlamentare. Sai l'amante del Primo Ministro a quante notizie e a quante riunioni riservate avrebbe avuto accesso? Ecco, una fine del genere l'avrei vista ancora meglio. 
Comunque sia, House Of Cards 2 è già pronto sul comodino, vediamo che cosa riuscirà a combinare Francis Urquhart da Primo Ministro.