martedì 28 luglio 2015

Recensione: I tre giorni di Pompei

Solo grazie all'assenza dell'Ingegnere (il figlio grande, N.d.R.) e dell'Artista (la figlia piccola), sono riuscita a finire in poco tempo "I tre giorni di Pompei", l'ultima fatica di quasi 500 pagine di Alberto Angela, edito da Rizzoli.
All' XI Incontro Nazionale di Archeologia Viva, tenutosi a Firenze lo scorso febbraio, avevo avuto modo di ascoltare l'autore che raccontava la genesi di questo libro per più di un'ora (sì, proprio la famosa volta in cui non sono riuscita a farmi autografare il libro per la ressa di donne che lo circondava). Interessante, certo, ma leggerlo è tutta un'altra cosa.
È un lavoro incredibile, quasi enciclopedico, che inizia a 53 ore dall'eruzione del vulcano e ripercorre, attraverso le vite di persone davvero esistite e vissute a Pompei, gli ultimi attimi della città, prima di venire distrutta completamente.

Tanti sono i miti via via sfatati da Alberto Angela: Pompei svela un volto diverso da quello che abbiamo sempre conosciuto attraverso i libri di scuola, ma soprattutto attraverso il cinema. Innanzi tutto, la città non era ricca e prosperosa, ma era in crisi per via della concorrenza con le Gallie nel commercio del vino; la classe dominante era formata da schiavi arricchiti, un po' rozzi, che amavano ostentare le loro nuove ricchezze, mentre gli abitanti originari erano andati via da tempo. La tragedia fu preannunciata da tanti terremoti, che segnarono gli ultimi mesi della vita pompeiana e che, negli ultimi giorni, avevano anche lasciato la città senza acqua. L'eruzione non avvenne d'estate, ad agosto, ma in autunno, verso il 24 ottobre, e tanti sono i reperti che lo provano; non ci fu alcuna colata lavica come si vede nei film, ma una pioggia costante di pomici, seguita da valanghe di nubi ustionanti che ricoprirono tutto e che hanno preservato la città fino ai giorni nostri. Ma la cosa che più lascia stupefatti è scoprire che il Vesuvio non esisteva al tempo, ma nacque solo in seguito all'eruzione, e al suo posto c'era un monte piuttosto basso, il Monte Somma. Il che vuol dire che i pompeiani ignoravano di vivere alle pendici di un vulcano e fino alla fine non capirono che cosa stesse accadendo. Anche per questo non scapparono subito. E anche per questo morirono, quasi tutti.
Riuscì invece a salvarsi la protagonista principale del libro, una donna benestante di nome Rectina, che realmente si trovava tra Pompei e Ercolano in quei giorni terribili. Come lo sappiamo? Il suo è un nome davvero insolito, anzi rarissimo nell'età romana. Plinio il Giovane, nella lettera in cui racconta l'eruzione a Tacito, parla di una certa Rectina che implora l'ammiraglio Plinio il Vecchio di venire a salvarla dall'eruzione; mentre qualche secolo dopo, in quella zona, fu ritrovato un cippo votivo sul quale uno schiavo ringraziava gli dei per aver salvato la sua padrona, Rectina pure lei. Quindi, molto probabilmente, le due donne sono la stessa persona: era lei a essere in pericolo ed è stata lei una di quei fortunati che ce l'hanno fatta. Attraverso i suoi occhi e le sue amicizie, l'autore ci fa conoscere la vita quotidiana di Pompei. Siamo tutti d'accordo, Pompei è una città in cui la vita si è cristallizzata in un attimo, "una città in cui c'è davvero l'animo umano dei romani". Il libro si basa sulle persone, è scritto come se la penna fosse una telecamera che ti porta nei vicoli. Giriamo per le botteghe e i negozi, sentiamo gli odori passeggiando per le strade, ascoltiamo le voci, leggiamo i graffiti sui muri (a proposito, il fatto che le città fossero piene di scritte ci dimostra l'altissimo tasso di alfabetizzazione della società romana) e conosciamo tante figure che riprendono vita. Lo stile è quello famoso di Alberto Angela, che riesce a passare con assoluta facilità ed eleganza da un argomento all'altro: ora vediamo Rectina che si prepara e impariamo tutto sul trucco e parrucco romani; a una fonte manca l'acqua e scopriamo come venivano costruiti gli acquedotti; passa uno schiavo storpio che trasporta il pane e siamo catapultati nella bottega del fornaio.
Il libro scorre che è una bellezza, le quasi 500 pagine non si sentono per nulla perché le mille curiosità tengono viva l'attenzione e fanno perdere la cognizione del tempo. Mentre lo leggi, senti in sottofondo la voce calda dell'autore, che gesticola e divaga tra gli argomenti più svariati, senza mai essere noioso o banale.
Un amore per la storia che trapela da ogni pagina e che riesce ad appassionare il lettore che, quando chiude il libro, si domanda: "Già finito?!"