mercoledì 20 maggio 2015

Il segno delle Tre



Uscita oggi la mia triplice intervista.
Si può leggere sullo Sherlock Magazine o di seguito:


Deana Posru, Patrizia Trinchero ed Elena Vesnaver: tre nomi - in rigoroso ordine alfabetico - famosi nell'universo holmesiano italiano. A me è venuta voglia di conoscerle meglio (e farvele conoscere) attraverso un'intervista un po' particolare: un'intervista a tre!

Ragazze, grazie per essere state così disponibili fin dal primo momento in cui vi ho proposto questa intervista. Per iniziare, ci raccontate un po' chi siete e cosa fate nella vita?



Elena Vesnaver
Elena: Io sono nata a Trieste e devo dire che la mia città è una città strana e più passa il tempo, più scopro quanto ci sono legata e quanto mi ha influenzato nelle mie scelte di vita. Comunque, da bambina avevo due sogni: recitare e scrivere e sono riuscita a fare entrambe le cose, infatti ho iniziato a scrivere proprio i testi teatrali che la mia Compagnia metteva in scena; in seguito, un mio amico che lavora nell’editoria per l’infanzia, mi ha proposto di scrivere libri per bambini e alla fine sono approdata alla letteratura di genere. Dal 2009 collaboro con Confidenze, scrivendo romanzi brevi e a puntate e raccogliendo le vicende di vita delle lettrici, insomma, scrivo, cosa c’è di meglio?

Patrizia: Chi sono… questa si che è una domanda difficile! Scherzi a parte, mi chiamo Patrizia Trinchero, sono nata e cresciuta a Isolabella, un paesino di 300 anime nel torinese e mi sono trasferita da qualche anno a Baldichieri, nell’astigiano, per avvicinarmi al lavoro. Maturità tecnico – linguistica, laurea in Teologia, un passato da educatrice, nella vita di tutti i giorni faccio la prof di religione in un liceo
Patrizia Trinchero
artistico. Ma in realtà quella è solo una piccola parte di quel che sono e mi diverto a fare. Quando non viaggio in giro per il mondo con la Nikon al collo, dipingo icone bizantine nel mio piccolo laboratorio, cucino, ricamo, faccio decoupage, disegno, suono la chitarra… insomma, tutto quello che è creativo mi diverte. Amo passare il tempo con gli amici ma anche riflettere nel silenzio e nella quiete e sono una lettrice incallita da sempre.



Deana Posru
Deana: Proprio come Elena, sono nata e vivo a Trieste, luogo a cui sono tornata dopo alcune esperienze all’estero. A quanto pare, con il mio concittadino Svevo ho in comune la dicotomia “ufficio/arte”, poiché dal 2008 le passioni che mi caratterizzavano da bambina sono tornate a farsi sentire… e le ho assecondate, iniziando un percorso artistico personale che, con il tempo, è diventato anche un percorso letterario.



Tre esperienze di vita abbastanza diverse, come si può notare, ma accomunate dall'amore per la lettura e la scrittura. Come è nata questa passione?

Elena: Sono nata in una famiglia dove tutti leggevano e i miei genitori, intelligentemente, non si sono mai preoccupati di filtrarmi i libri, così sono cresciuta libera di poter prendere in mano ogni tipo di libro, praticamente il paradiso. Sono diventata una lettrice che passa dal rosa a Proust, non faccio distinzioni, basta che sia scritto bene, certo con gli anni sono diventata più difficile e sofisticata, ma ho molta nostalgia delle spanciate di spazzatura letteraria che mi facevo da bambina, era bellissimo. La scrittura è stata una conseguenza. Ho cominciato a scrivere le storie che avrei voluto leggere, piene di sirene, pirati, principesse… gusti un po’ così, ma avevo otto anni.

Deana: L’estrema complessità della storia di Trieste non permette semplificazioni, e così negli anni penso di esserne stata influenzata, sviluppando un forte senso critico. Credo sia questa esigenza di continuo approfondimento ad alimentare il mio amore per lettura e scrittura, emerso fin da subito, non appena mi fu svelato il meraviglioso meccanismo dell’alfabeto… In fin dei conti, alla base di questa passione c’è il brivido della scoperta! Durante l’adolescenza ho “saccheggiato” la biblioteca di casa, ben fornita soprattutto di romanzi storici, e Flaubert, la Austen, Dickens, Fogazzaro, Dostoevskji mi hanno fatto ottima compagnia in quegli anni. Inoltre, ho sempre avuto un debole per la letteratura di guerra. Ricordo che i primi libri che lessi sul tema furono “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque e “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern.


Patrizia: Da piccola volevo fare il pirata, la spia e la scrittrice di gialli, ma ovviamente erano sogni di bambina a cui crescendo non ho mai dato peso. Poi qualche anno fa, una lunga malattia mi ha costretto a passare molto tempo a letto e mi sono riletta i libri del canone che sono finiti troppo in fretta. Una mia amica era stata operata alla vista e spesso quando stavo bene andavo da lei e le leggevo i racconti di Holmes e Watson, e quando sono finiti, visto che la fantasia non mi manca e avevo un sacco di tempo e di loro storie in mente, ne ho buttata giù una e l’ho letta alla mia amica senza dirle chi era l’autore. Non si è accorta che era mia e quando l’ha saputo mi ha costretto a mandarla allo Sherlock Magazine Award. Poi il caso ha voluto che quel racconto: “Il gioco è cominciato, Holmes!”, vincesse il concorso e mi sono ritrovata anche a scrivere! Purtroppo di avventure che mi ronzano nella testa continuano a essercene molte più del tempo a disposizione per metterle su carta.

Ma non è solo la passione per i libri che vi lega. Io vi ho conosciute tramite "Uno studio in Holmes": quindi parliamo di un interesse specifico, quello per Sherlock Holmes. A quando risale il vostro primo incontro con il famoso inquilino del 221B di Baker Street?

Patrizia: Credo fossero i primi anni ottanta, facevo le elementari e in camera avevo un piccolo televisore in bianco e nero dove ogni tanto vedevo gli episodi della serie della Granada con Jeremy Brett. Ho pochi ricordi delle storie ma uno indelebile della sigla iniziale con Holmes alla finestra e già allora lo adoravo e non ne perdevo una puntata. Nel 1988, avevo 13 anni e uscì in edicola l’edizione in cofanetto di 4 volumi della Peruzzo con le storie di Holmes. Obbligai mio padre a comprarmi il primo volume, e quando, dopo averlo letto tutto d’un fiato, mi ritrovai con Holmes in fondo alle cascate di Reichenbach, passai una settimana intera di angoscia in attesa del volume successivo per capire come potevano esserci altre storie se Holmes era morto. Credo che quando arrivò il secondo volume, lessi “La casa vuota” a tempo di record. Fu amore a prima pagina. Dopo ci furono i cartoni animati in cui Moriarty parlava torinese doc e da sempre resta il mio investigatore preferito, anche se ho conosciuto l’associazione e ho iniziato il “Grande Gioco” solo durante il periodo della malattia, quando mi si è aperto un mondo, un bellissimo e incredibile mondo!

Elena: Non mi ricordo bene, credo da adolescente, anche se il primissimo impatto l’ho avuto molto prima, da piccola, con il film Il mastino dei Baskerville con Basil Rathbone.

Deana: Il mio primo incontro con Sherlock Holmes suscita ricordi nostalgici: si tratta del cartone animato “Il fiuto di Sherlock Holmes” trasmesso dalla RAI negli anni Ottanta. A 5 anni ero già incantata dal personaggio di Holmes… che però poi scoprii nella sua versione originale appena nel 2002 con la pubblicazione della collana della Fabbri Editori dedicata a Conan Doyle. E non la compravo io, ma il mio fidanzato dell’epoca, ora mio marito, che mi convinse a leggere il Canone. E da allora non ho più smesso! 

E dal primo incontro ne avete fatta di strada... Tutte e tre avete cominciato a scrivere apocrifi. Quando avete deciso di fare "il grande passo"?



Deana: A dire il vero è stata la magia di un momento a spingermi in questa avventura: tramite l’associazione “Uno studio in Holmes”, che conobbi attraverso la sua pagina Facebook, sono entrata in contatto con Gianfranco Sherwood, socio a sua volta e già autore di racconti holmesiani apocrifi. Ebbene, io avevo illustrato per la rivista sociale “The Strand Magazine” un racconto di Gianfranco, e lui provò a coinvolgermi in un progetto che aveva lasciato per molti anni in un cassetto… il suo spunto riguardava la reale vicenda biografica di Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo, che nel 1901 si trovava a Londra per lavorare all’apertura di una nuova fabbrica della ditta Veneziani di Trieste. In quanto appassionata di Svevo, e de “La coscienza di Zeno” in particolare, accettai subito con entusiasmo di contribuire a raccontare questa storia inedita che accosta lo scrittore triestino a Sherlock Holmes... Quello che Gianfranco non poteva sapere era che, oltre a disegnare e dipingere, nel tempo libero mi dilettavo anche a scrivere, per cui il nostro lavoro ne risultò senza dubbio agevolato. 

Patrizia: Come ho detto prima, per me lo scrivere è nato con gli apocrifi, quindi il grande passo è avvenuto subito ed è stato naturale. La mente e la fantasia sono il centro di tutto. Ancora oggi sogno e immagino di quei due molte più avventure di quelle che finiranno sulle pagine dei miei racconti. Quello che è nato come un gioco per un’amica è diventato qualcosa di più serio che ho coltivato e cesellato cercando di rendere il mio scrivere il più professionale possibile. Mi piace sperimentarmi con generi differenti, ma quando scrivo apocrifi mi diverto, scrivo quello che vorrei leggere, perché prima di tutto sono una lettrice delle loro storie e ce ne sono sempre troppo poche!

Elena: Il primo apocrifo è stato Sherlock Holmes e il caso dell’unicorno nero, con il quale ho vinto lo Sherlock Magazine Award. Avevo voglia di cimentarmi, di provare ad adattare il mio stile, di dire quello che volevo dire, restando fra i paletti di un apocrifo canonico. E aggiungere qualcosa che nel mondo di Holmes raramente c’è: una figura femminile di rilievo.

Quale è l'apocrifo che avete scritto a cui siete più affezionate? Come è nato?

Elena: Direi il secondo, Sherlock Holmes e le ragazze di Madame Jai.
Mi è piaciuto trascinare Holmes e Watson in un bordello vittoriano, torbido e femminile, forse per voler 
mettere alla prova la mente, prettamente maschile di Holmes, per “mostrargli” un’altra realtà, diversa, ma non per questo poco importante. Le ragazze di Madame Jai è una storia di donne, sono loro che muovono i fili, sono le vittime, forse i carnefici, sono la passionalità che gronda dalla storia. 

Deana: 
Beh, avendone scritto uno solo, va da sé che il romanzo “L’avventura segreta. Quando Italo Svevo chiese aiuto a Sherlock Holmes”, edito da MGS Press, è senza dubbio anche
il mio preferito. Gianfranco e io vi abbiamo lavorato con l’obiettivo di rendere i personaggi vivi e credibili: abbiamo voluto creare per Holmes, Watson e Svevo l’occasione di un “grande ritorno”, nel pieno rispetto delle loro caratteristiche storiche e biografiche. I lettori, poi, ci hanno fatto notare che abbiamo fatto lo stesso anche per la Trieste asburgica dei primi del Novecento, che nella seconda parte del romanzo è qualcosa di più di un mero fondale per le vicende narrate…

Patrizia: 
Ogni apocrifo è come un parto e quindi come un figlio, e ogni figlio è unico: il primo, l’ultimo, quello più faticoso… se però devo citarne uno, direi “Sherlock Holmes e i fantasmi afgani”. È nato per par conditio: dopo aver messo nei guai Holmes con il mio primo racconto, mi è sembrato giusto mettere nei guai anche Watson. Amo molto questo apocrifo per diversi motivi. Il primo è che mi ha messo davanti a una delle sfide più grandi per ogni scrittore di
apocrifi: usare il punto di vista di Holmes. Se avessi usato quello di Watson non avrei potuto creare suspance e mistero, quindi dovevo per forza narrare la vicenda dal punto di vista del detective. Ho passato molto tempo a leggerlo e studiarlo in lingua originale, perché sono pochissimi i racconti nel canone con questo punto di vista e dietro ogni riga scritta avevo il timore di non essere coerente, di andare fuori dal personaggio, di renderlo troppo freddo o troppo sentimentale. Insomma una faticaccia! Ma la cosa per cui amo di più questo apocrifo è che attraverso la trama ho potuto raccontare la profonda amicizia che lega questi due uomini e rendere giustizia al povero dottor Watson, troppo spesso e ingiustamente bistrattato e sottovalutato nelle varie versioni televisive e cinematografiche. Questo racconto mi ha anche permesso di alzare un velo sull’umanità di Holmes, che non è quella macchina perfetta e senza cuore che a volte Watson descrive per ragioni di cronaca e di cui poi si pente, ma una persona a tutto tondo, anche se peculiare, e la sabbia che inceppa il meccanismo perfetto degli ingranaggi del suo cervello è proprio l’affetto che lo lega al coinquilino. L’ultimo motivo per cui amo questo racconto è la possibilità che mi ha dato di aprire uno spiraglio su chi era Watson prima di Holmes, sul suo lavoro di medico militare in Afganistan, permettendomi di giocare con due personaggi che corteggiavo e studiavo da tempo: il sergente Murray e il fratello di Holmes, Mycroft. Tante sfide in un unico racconto e io adoro le sfide, soprattutto quelle con me stessa.

Ultima curiosità: personaggio canonico femminile preferito e perché?

Deana: Violet Hunter, cliente di Holmes in “The adventure of the Copper Beeches”. Rispetto alla ‘femme fatale’ Irene Adler, trovo che Violet rappresenti meglio la figura della donna moderna che allora andava delineandosi: una donna in posizione non privilegiata, che lavorava, che gestiva i propri guadagni, che sapeva valutare le situazioni. Si rivolge a Holmes dimostrando grande pragmatismo e il fatto stesso che Miss Hunter non subisca passivamente la vicenda in cui si ritrova – decisamente gotica - mi pare un segno di questa ‘riscossa’ femminile. Non mi ha meravigliato, infatti, che alla fine il dottor Watson riveli che Miss Hunter sia poi diventata anche un’abile imprenditrice… Devo dire che quel racconto è anche uno dei miei preferiti nell’ambito del Canone.

Patrizia: Non ho un personaggio preferito nel canone, ammiro l'astuzia e l'intraprendenza di Irene Adler, il coraggio di Violet nel ciclista solitario, quando gira la bici e insegue il suo pedinatore ma se devo scegliere un personaggio, allora è Mrs Hudson, perché ha avuto il privilegio di conquistare l'affetto e l'amicizia dei due del 221B, ascoltando di prima mano le loro avventure.

Elena: Come dicevo, non ci sono molte figure femminili che colpiscono nelle storie holmesiane di Doyle, Irene Adler, certo, la signora Hudson, che è una buona figura di sfondo, la moglie di Watson, anche, ma che è quasi più presente da morta che da viva; le altre, quelle che compaiono qua e là nei casi, non riescono a essere figure a tutto tondo, almeno per me e credo mi piaccia scrivere apocrifi perché torno bambina.
La bambina che scriveva quello che avrebbe tanto voluto leggere.

Anche questa lunga intervista è giunta a termine.
Ringrazio ancora Deana, Elena e Patrizia per la loro gentilezza e vi invito a leggere i loro romanzi: ne vale davvero la pena!